Carmignano

A gennaio la presentazione dell’associazione per salvare l’abbazia di San Giusto

Dal blog di walterfortini

Ma perché privati possano sostenere il restauro, è necessario che Stato, Ministero o Sovrintendenza prendano in carico il bene e presentino un progetto. L'assessore Buricchi: “Torneremo alla carica”

Il retro dell'abbazia di San Giusto con le sue tre absidi

CARMIGNANO. Non erano cento, come i canti della Divina Commedia, ma comunque tanti domenica a leggere e ascoltare davanti all’abbazia di San Giusto, spersa nei boschi del Montalbano, il viaggio di Dante attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Giovani e meno giovani, chi Dante l’ha studiato, chi l’ha amato o chi poco lo conosceva. E sul quaderno accanto al tè, i panettoni e il pandoro a metà pomeriggio c’erano già tanti nomi appuntati: persone intenzionate a far qualcosa per provare a salvare il piccolo millenario gioiello gotico romano di Carmignano, che fino a quattro anni fa tutti pensavano (in buona fede) che fosse privato e invece è dello Stato. Persone anche, qualcuna, già pronte a staccare un piccolo assegno.

Per quello servirà ancora tempo. Sarà creata un’associazione di cittadini che si preoccuperò di cerca sponsor. “La presenteremo a gennaio – racconta l’assessore alla cultura di Carmignano Fabrizio Buricchi, tra gli organizzatori dell’iniziativa – e naturalmente torneremo anche alla carica della Sovrintendenza”. Se non per chiedere soldi, perché venga risolto il pasticcio burocratico che si è creato. Con lo Stato che non ha mai preso in carico il bene ceduto, dopo il 1893, ma che solo lui, perché l’unico titolato a farlo, può presentare un progetto per la messa in sicurezza prima e il restauro poi della chiesa, indispensabile anche perché chi devolverà qualcosa possa godere dei benefici fiscali previsti dalla legge.

L’atmosfera di domenica, con una staffetta e una maratona dantesca durata più di cinque ore, era magica: con i versi dell’Inferno declamati nella cripta illuminata di piccole candele e in contemporanea il Purgatorio letto sulla porta di fianco all’abbazia su cui risplendeva il sole del tramonto e il Paradiso cantato davanti all’ingresso principale, quella da cui ti affacci sull’austera navata interrotta a metà dalla ripida ed alta scala che porta all’altare maggiore, in uno spazio diviso da tre absidi.

Sta tutto andando in malora. Per mettere l’edificio in sicurezza e coprire il tetto del campanile interamente scoperchiato e la chiesa basterebbero trentamila euro. Per il risanamento andrà aggiunto un milione e duecentomila euro. Ma per farlo occorre uscire velocemente dal cul de sac che si è creato. La curia nell’Ottocento aveva ceduto a privati quella chiesa non più consacrata posta quasi in vetta al crinale del Montalbano. Tito Cinotti, che di fatto l’aveva trasformata in una sorta di stalla, tra il 1893 e il 1895 la cede allo Stato, verso cui aveva probabilmente accumulato un debito che non riusciva a saldare. Lo Stato ne affida nel frattempo la custodia al Comune. Poi nel 1925 i conti Contini Bonacossi acquistano tutti i boschi, i prati e il podere attorno. Si pensava anche la chiesa e invece no, anche se per più di ottanta anni tutti ne sono stati convinti. Manca però l’atto di registrazione. Il bene non è mai stato preso in carico dallo Stato e così – forse per un cavillo, forse per un ragionevole dubbio – tutto è fermo, affondato nel pantano della burocrazia.